Lingua e cervello: perchè è importante parlare più lingue?

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Lingua e cervello sono strettamente connessi e questa sembra quasi un’ovvietà.

D’altronde per imparare qualcosa dobbiamo necessariamente usare questo organo.  Tuttavia, il legame tra l’apprendimento di un nuovo sistema linguistico e il nostro “centro di comando” va persino oltre l’immaginazione.

Sì, perché conoscere una nuova lingua è un vero e proprio esercizio accrescitivo per il cervello: se per avere un fisico tonico e scolpito ci si allena con pesi e attrezzi, per una mente sempre perfettamente sana e scattante la cosa più utile da fare è imparare nuovi codici, nuove regole e metterle insieme sotto forma di linguaggio.

Stando infatti a quanto riportato da diversi studi che coniugano neuroscienza, psicologia e linguaggio – tra i quali quelli della School of Philosophy, Psychology and Language Sciences di Edimburgo e quelli della Pennsylvania State University – il processo di apprendimento di una nuova lingua è uno degli sforzi più intensivi che si richiedono al cervello.

Questo perché mentre le parole della propria lingua madre rimangono immagazzinate solo nell’emisfero sinistro del cervello, per apprendere una nuova lingua si mettono in atto dei meccanismi complessi che comportano uno scambio costante tra entrambi gli emisferi, che si ritrovano occupati simultaneamente.

Come mai? Perché imparare una nuova lingua significa la memorizzarne le parole (lessico), ripetere il suo sistema sonoro (fonologia), fare proprio il suo sistema di scrittura (ortografia), conoscere la grammatica (sintassi) e ricordarne l’uso contestuale (pragmatica).

Tutte azioni che richiedono che il cervello attivi diverse parti, comprese le regioni corticali frontale e parietale, le regioni frontale e temporale, le regioni occipitale e temporale-parietale, le regioni frontale e subcorticale e persino il corpo calloso, che collega gli emisferi consentendo il trasferimento e l’integrazione delle informazioni tra di loro.

Questo continuo movimento di informazioni ha sul cervello un effetto del tutto simile a quello che i movimenti fisici hanno sui muscoli: esattamente come questi ultimi migliorano diventando più forti, imparando una nuova lingua modifichiamo in meglio la struttura del cervello, migliorandone le funzioni e le capacità.

In sostanza, il cervello guadagna in neuroplasticità: cambia, adattandosi agli stimoli linguistici e diventando più elastico, con un aumento della materia bianca e grigia (che contiene la maggior parte dei neuroni e delle sinapsi del cervello) un incremento sensibile di vantaggi cognitivi.

Nello specifico, uno studio condotto dal Medical Center dell’Università di Georgetown ha dimostrato che individui bilingue o multilingue sono più bravi ad analizzare l’ambiente circostante e a sfruttarne i vantaggi, hanno una maggiore attitudine al multitasking e al problem solving e mostrano una creatività più spiccata.

Il più grande vantaggio, però, è la maggiore capacità di far fronte a malattie degenerative come la demenza o l’Alzheimer: nel 2013, i ricercatori dell’Università di Edimburgo hanno pubblicato il più grande studio fino ad oggi sulla correlazione tra bilinguismo e progressione di queste malattie, evidenziandone l’avanzamento lento in soggetti bilingue e multilingue.

Ciò non significa che il cervello di questi individui non sia suscettibile alla degenerazione cognitiva, ma essendo più allenato è maggiormente grado di far fronte al danno, grazie ai meccanismi compensativi attivati dall’apprendimento e dall’uso della lingua.

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