Traduzioni nei film: curiosità e sfide non facili

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Le traduzioni nei film e nelle serie tv sono sempre argomento di discussione tra chi preferisce l’originale sottotitolato (e anche qui, con i sottotitoli, ci sarebbe da ridire) e chi apprezza la grande scuola di doppiaggio italiana e i suoi risultati.

La traduzione, a scopo cinematografico o letterario, ha il compito di trasportare gli stessi concetti da una cultura all’altra, ma non è sempre possibile.

Spesso la traduzione letterale è infatti un’arma a doppio taglio: se un traduttore dovesse rimanere fedele all’originale senza adattare il dialogo alla cultura linguistica di destinazione, probabilmente metà film resterebbe del tutto incompreso.

Altre volte, però, la scelta è dello stesso editore: come vedremo dagli esempi a seguire, laddove si potrebbe tradurre lasciando il significato originale viene invece fatta un’altra scelta, che cambia totalmente il concetto espresso.

Partiamo da un caso di successo, da una battuta resa altrettanto divertente in italiano con uno stratagemma. In Pulp Fiction Mia Wallace, dopo essere sopravvissuta ad un’overdose, racconta a Vincent la famosa barzelletta della famiglia dei tre pomodori.

In inglese la freddura termina con il padre pomodoro che riprende il figlio per la sua disattenzione, dicendo “catch up” – che significa “stai al passo”, ma suona anche come “ketchup”. In italiano “stai al passo” non avrebbe dato giustizia alla barzelletta, ma si riuscì ad optare per il “fai il concentrato”, che è comunque afferente al mondo delle salse a base di pomodoro.

I film di genere fantascientifico, come Star Wars o Star Trek, sono sempre stati ostici per la traduzione di alcuni termini, a volte intere lingue, inventate.

Soprattutto per Guerre Stellari si decise di tradurre quasi tutti i nomi dei protagonisti, a partire da Darth Vader – Dart Fener, Han Solo – Ian Solo, fino alla Death Star che, anziché Stella della Morte, è conosciuta anche oggi come la Morte Nera.

Poi vi sono gli errori di traduzione che possono essere causati dai false friends, ossia quelle parole che sembrano traduzioni quasi letterali, ma in realtà hanno un significato diverso. Ne sono un esempio “silicon” tradotta con l’errato “silicone” anziché “silicio” nella saga di Star Trek oppure “harp”, nel film dei Blues Brothers, tradotto come “arpa” al posto del corretto “armonica”.

Ma vi sono anche quelli che possono sembrare errori ed invece sono dettati da scelte di compromesso: è il caso, ad esempio di “God bless you” tradotto quasi sempre con “Dio ti benedica” ma che, in alcuni casi, può avere anche il significato di “salute!”, soluzione, però troppo corta rispetto alla prima e che rischia di far saltare il doppiaggio. Altre volte, invece, la scelta di compromesso dipende dalla posizione della bocca dell’attore quando emette la parola in questione: se notate, infatti, nei film una società viene sempre chiamata compagnie (company).

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